Giuseppina Bakhita, una santa, una donna sudanese che può essere voce ancora oggi nel nostro contesto culturale e socio-politico. Nata in Darfur nel 1869, rapita e fatta schiava da oppressori che hanno leso la sua dignità fisica e morale, lasciandola senza identità.
2026, una storia che si ripete e non si spezza: da circa due anni e mezzo il Sudan vive in guerra e la situazione umanitaria è sconvolgente e terrificante vengono documentate uccisioni di masse e violenze su donne e bambini, nove milioni di sfollati e quattro milioni di profughi nei paesi confinanti.
Come possiamo lasciarci raggiungere dallo stile di Bakhita e dal suo modo di stare nella realtà?
Alcune sue parole: “L’amore di Dio mi ha sempre accompagnato in modo misterioso… Il Signore mi ha voluto tanto bene: bisogna voler bene a tutti… Bisogna compatire!”.
Quest’esperienza va a toccare anche le nostre radici più profonde perché la parola com-patire significa “patire con” sentire il dolore e le sofferenze delle vittime che subiscono ingiustizie e compatire anche chi commette errori ingiustizie, non giustificando, ma umanizzando. “Diventare umani” uscendo dalla logica del più forte della lotta dell’uno sull’altro con avidità e potere, Bakhita ci indica la strada dell’umano, quella logica che tiene conto dell’altro e della sua storia non come nemico, ma come persona che ha la stessa dignità e libertà. La capacità di amare senza misura, perché l’altro non è in mio possesso, ma una persona da rispettare e da accogliere.
Bakhita ad un certo punto della sua vita diventa cristiana, si lascia trasformare dall’Amore di Dio, questa forza le dona la capacità di perdonare i suoi carnefici. Certamente non si improvvisa in questo percorso di riconciliazione con sé stessa e con gli altri, ma decide che il male ricevuto non lo vuole far circolare, lo ferma su di sé, come fa Gesù Cristo crocefisso, sceglie di ri-generare in bene ciò che ha subito, non negando la presenza del male.
Bakhita sembra una figura distante dalla nostra quotidianità, quasi esemplare, invece anche oggi può diventare un esempio di fede vissuta, perché ha saputo accogliere prima di tutto la sua storia decidendo di non esserne più schiava, ma libera anche da essa, non lasciandosi definire dal male subito e incoraggia anche noi uomini e donne del terzo millennio a smascherare i nostri risentimenti, paure e desideri di dominare sulla realtà e sugli altri.
Una donna che ci insegna a perdonare e amare. Papa Francesco scrive di lei: “il perdono non toglie nulla, ma aggiunge dignità alla persona, fa levare lo sguardo da sè stessi verso gli altri, per vederli sì fragili quanto noi, ma sempre fratelli e sorelle nel Signore”.