Come stare quando tutto cambia

Seminario interministeriale – 1/3 maggio 2026, Costalunga (BS)

L’invito, da parte delle Sorelle del team interministeriale, a partecipare a questo evento è stato rivolto a tutte le Sorelle che vivono ed operano in Italia nei diversi ambiti ministeriali.

Il gruppo delle partecipanti era composto da 22 Sorelle. Mediante la modalità laboratoriale adottata in questi anni anche dall’Istituto, il Seminario ha favorito l’ascolto e la condivisione nella dimensione collettiva e dialogica. È stata un’esperienza molto impegnativa, che ha richiesto un vivace coinvolgimento personale, e al tempo stesso si è rivelata ricca e significativa. Per questo è emerso il desiderio che tale iniziativa possa essere riproposta anche in futuro. Tuttavia, non è semplice, restituire, per intero, l’esperienza vissuta a chi non ha partecipato, perché molti aspetti importanti sono passati attraverso il confronto diretto e la condivisione concreta del nostro vivere insieme di quei giorni.

Durante il Seminario siamo state accompagnate dalle Sorelle dell’equipe dell’interministerialità e da don Giuseppe Laiti.

In questi giorni siamo state invitate a riflettere sui processi “cruciali” che abitano il nostro tempo per comprendere come abitare oggi la missione e affrontare la complessità del presente.

Il punto di partenza è stato la presentazione del primo capitolo del testo di Armando Matteo:La fortuna di essere irrilevanti”.

L’autore parte da una constatazione: oggi la fede cristiana, e in particolare la Chiesa, non occupano più una posizione centrale nella società. Non rappresentano più un riferimento scontato, soprattutto per le giovani generazioni. Questo cambiamento, però, non deve essere interpretato soltanto in chiave negativa o nostalgica.

Matteo propone infatti di considerare questa “irrilevanza” come un’opportunità: quando non si è più al “centro” dell’attenzione, diventa possibile ritornare all’essenziale del Vangelo. Essere minoranza libera da privilegi, permette una testimonianza più autentica, meno legata all’abitudine e più fondata sulla scelta personale.

La domanda che emerge è allora: come stare dentro questo cambiamento?

Non con paura o rimpianto, ma assumendo uno stile nuovo, più umile e capace di incontrare le persone nella realtà concreta della loro vita. In questa prospettiva, l’irrilevanza può diventare uno spazio in cui la fede riscopre autenticità e credibilità.

Si tratta quindi di imparare ad abitare il cambiamento attraverso tre atteggiamenti fondamentali:

  • accogliere la pluralità senza semplificarla,
  • rendere consapevoli i processi che orientano le scelte mediante il discernimento, e
  • rileggere la tradizione in modo vivo e dinamico, evitando irrigidimenti.

Questi temi sono stati dapprima approfonditi personalmente, poi rielaborati nei gruppi ed infine condivisi in assemblea. È emersa con “forza” l’importanza di accogliere la pluralità, di maturare consapevolezza nei processi decisionali e rileggere la tradizione in modo vivo.

Dopo l’ascolto dei gruppi, don Giuseppe ha proposto una rilettura centrata su tre passaggi: anzitutto assumere la situazione così com’è, senza negarla, per poter ritrovare l’essenziale. Ha inoltre evidenziato come “nervo scoperto” la fragilità delle relazioni.

Da qui è nata la domanda sul compito che ci attende: elaborare il significato di ciò che stiamo vivendo e consegnare a chi verrà dopo di noi non tanto strutture, ma uno stile.

In sintesi, il compito è vivere nell’affidamento: non come rinuncia, ma come valore e significatività.

Sabato 2 maggio: don Giuseppe ha commentato il brano di Lc 21 “La fine del tempio e i due spiccioli della vedova”, lasciando poi uno spazio dedicato alla riflessione personale e alla condivisione. La domanda è stata: Quali scenari si aprono davanti a noi?

Nel pomeriggio si è riflettuto sul “Futuro probabile e sul futuro desiderabile”, attraverso un lavoro personale e successivamente condiviso in assemblea.

Don Giuseppe, dopo l’ascolto delle ”relazioni di gruppo” ha offerto una rilettura a partire dal Documento post-capitolare della Provincia Italia, sottolineando il nesso profondo tra comunità e missione, ribadendo la necessità che l’Istituto continui ad essere significativo.

Sono stati evidenziati in particolare due aspetti da ‘custodire’:

  • il rapporto tra cambiamento e formazione e
  • la qualità delle modalità relazionali.

Domenica 3 maggio: L’ultimo step ci ha viste impegnate a riflettere su: “A cosa siamo autorizzate?”

in un percorso che coincide con la possibilità di abitare il Vangelo senza bisogno di affermarsi.

Dentro questa prospettiva, ci siamo interrogate su:

  • In una Chiesa che non si misura dal proprio peso, cosa significa scegliere la minorità come stile?
  • In una vita religiosa che non cerca visibilità, cosa implica accettare il “meno” come spazio evangelico?
  • In un istituto che non si fonda sull’autoreferenzialità, cosa vuol dire decentrarsi e condividere davvero la responsabilità?
  • In un contesto socio-culturale che premia ciò che è efficace e riconosciuto, cosa significa restare fedeli al piccolo, al lento, all’invisibile?
  • In un mondo giovanile che spesso oscilla tra ipervisibilità e disorientamento, cosa significa testimoniare una presenza discreta, capace di ascolto profondo e di accompagnamento non invadente?

Siamo state aiutate ad interrogarci su come elaborare la nostra forma di presenza, tra OGGI e DOMANI pensando a chi verrà dopo di noi.

È emersa l’importanza di:

  • Il cammino di formazione personale ( i cammini personali incidono su atteggiamenti e attitudini)
  • La riformulazione dei compiti
  • Le congruità strutturali nella riformulazione delle comunità (non solo basate su valutazioni personali e affetti, e non solo le strutture ma anche gli orari, le prassi perché corrispondano al valore che si vuole vivere).

Essendo in condizioni diverse e diversificate rimane la domanda: Dove possiamo convergere?

  • Non tutti siamo fatti per fare tutto: accettare i tempi della vita, per ogni cosa c’è un tempo; ci sono le competenze che ci differenziano.
  • I nostri ambienti diventino ambienti “Scuola di umanità”, essere custodi di umanità, essere grandi ascoltatrici e aiutarci a vivere le relazioni da adulte che possono essere contente di essere adulte.

Fermarci e trovarci insieme è sempre un’opportunità, non scontata, che apre a nuovi interrogativi e ci permette di tenere viva la riflessione e la ricerca.

sr. Marina Manara e sr. Celestina Mariani