La scuola e la promessa del 2 giugno

Quando arriva il ponte del 2 giugno, nelle scuole superiori si sa già che l’anno è praticamente finito. Mancano ormai pochi giorni alla chiusura e l’atmosfera cambia. Ormai è tradizione che la scuola si concluda con la fashion week: i ragazzi di quinta salutano gli ultimi giorni nell’istituto sfoggiando ogni giorno un outfit diverso, secondo temi concordati di volta in volta. Avremo il giorno “tutti in pigiama”, “abbigliamento vintage” oppure giornate ispirate all’ultima serie TV di tendenza. Dietro quell’atmosfera festosa, però, per noi docenti restano gli ultimi delicati equilibri da tenere insieme.

Quest’anno ho solo classi prime: quattro gruppi molto vivaci ed eterogenei. Le prime sono sempre così: studenti e studentesse arrivano dalle scuole medie e si trovano di fronte a un salto significativo in termini di autonomia, maturità personale e metodo di studio. Le novità sono molte: compagni, scuola, materie e insegnanti. In questo mare mosso, non è raro che emergano difficoltà diverse, ognuna legata a una storia personale. C’è chi arriva dopo una bocciatura e riparte con fragilità nuove, chi desidera con tutte le forze riuscire ma scopre di incontrare ostacoli inattesi, chi avrebbe le capacità per farcela ma fatica a trovare motivazione in un percorso che non sente proprio. E poi ci sono situazioni che non riguardano direttamente la scuola: perché a scuola si porta sempre anche la propria vita. Ci sono studenti e studentesse che arrivano con problemi familiari, di salute o di relazione, che inevitabilmente entrano nel loro modo di stare in classe e di affrontare lo studio.

In questa burrasca continua, tipica dell’adolescenza, a fine anno si distingue chi ormai ha tirato i remi in barca, dei 91 studenti che ho seguito quest’anno, circa 18 a settembre non torneranno. Per loro questa festa è il culmine di un percorso faticoso, ciascuna storia è unica e mostra sempre un’umanità ferita che però per noi professori è molto difficile da accompagnare. Anche dietro al classico ragazzo che “è intelligente ma non si applica” e che a noi professori appare semplicemente svogliato, spesso si nasconde un passato turbolento che lo porta a disinvestire dalla scuola e a dedicarsi a qualsiasi attività che gli dia un qualche riconoscimento. Per tanti la bocciatura sarà una bella doccia fredda che permetterà loro di ricalibrare le proprie motivazioni e rimettersi in pista sul serio, probabilmente questi sono la maggioranza. Non tutti però: per qualcuno la bocciatura appare come una sconfitta su tutti i fronti, una conferma di non avere un posto.

La cosa più difficile per me è non spostare lo sguardo quando si incrocia con il loro, continuare ad esserci, presente e attento, anche quando sarebbe più semplice archiviare tutto sotto la voce “mancanza di impegno”. Spesso siamo tentati di considerare certi fallimenti come delle semplici responsabilità individuali, ma sarebbe troppo comodo. Noi adulti dovremmo sempre domandarci dove avremmo potuto intervenire prima.

A volte penso che questi ragazzi avrebbero il diritto di scriverci una nuova Lettera a una professoressa, per ricordare anche a noi ciò che troppo facilmente rischiamo di dimenticare: che il compito più alto della scuola non è selezionare, ma far crescere. Don Milani lo aveva intuito con chiarezza: la scuola è forse il più potente strumento di attuazione dell’articolo 3 della Costituzione, quello che chiede di rimuovere gli ostacoli che limitano il pieno sviluppo della persona umana.

Questo articolo non è scritto invano: ogni tanto, nella scuola, qualcosa funziona davvero. In questo mare instabile e insondabile, succede di vedere qualcuno riemergere. Se siamo attenti possiamo scorgerlo, issarlo a bordo e gioire perché finalmente la fatica trova senso. Le nostre energie non sono sprecate se restiamo fedeli a quella postura che don Milani ci ha consegnato, sintetizzata in una parola semplice e impegnativa: I care. Dentro questa fedeltà c’è una speranza concreta, non ingenua. Non c’è l’idea che il mondo cambi da solo, ma la fiducia che il mondo cambierà, se e quando ciascuno comincerà a fare la propria parte.

Il 2 giugno non è solo la festa della Repubblica ma anche della nostra Costituzione e di  tutte le speranze che racchiude. Questo clima festoso non è così male, forse i ragazzi non ne sono consapevoli ma abbiamo più motivi di quanto sembri per fare festa.

Paolo Comensoli, insegnante presso ITC Bolisani, Villafranca (VR)