Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato – 1° settembre 2026
Ci sono immagini della guerra che abbiamo imparato, nostro malgrado, a riconoscere: città distrutte, case sventrate, persone in fuga, ospedali colpiti, volti segnati dalla paura. Ce n’è però un’altra, meno immediata, che rischiamo di non vedere: la terra ferita dalla guerra.
Un fiume contaminato, un terreno reso improduttivo, un bosco incendiato, campi abbandonati, animali e habitat distrutti, falde acquifere e risorse idriche compromesse. Anche il creato porta le cicatrici dei nostri conflitti. Ferite profonde che possono rimanere aperte per molto tempo anche quando le armi smettono di sparare.
È da qui che ci invita a partire Papa Leone XIV nel Messaggio per la Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato del 1° settembre 2026. Il tema scelto è una delle immagini più potenti del profeta Isaia: «Forgeranno le loro spade in vomeri e le loro lance in falci» (Is 2,4). Un’immagine antica e, nello stesso tempo, drammaticamente attuale: ciò che è stato costruito per distruggere può essere trasformato in uno strumento per coltivare la vita.
La guerra non finisce quando si depongono le armi. Nel suo Messaggio, Leone XIV mette in luce un legame che spesso rimane sullo sfondo: guerra e degrado ambientale si alimentano reciprocamente.
La guerra distrugge popolazioni ed ecosistemi, contamina acqua e aria, compromette la sicurezza alimentare. Rende la terra sterile, accresce povertà, disuguaglianze, tensioni sociali e migrazioni forzate. Nega dignità all’uomo. Si crea così un circolo vizioso nel quale la ferita dell’ambiente diventa anche una ferita sociale.
Non è soltanto una questione “ambientale”. È una questione umana. Perché dietro una sorgente contaminata c’è una comunità che non può più utilizzarla. Dietro un campo distrutto c’è una famiglia che perde il proprio sostentamento. Dietro una terra abbandonata c’è spesso una popolazione costretta a partire.
La casa comune e la casa dell’uomo sono inseparabili. È questo uno dei punti decisivi dell’ecologia integrale: non possiamo prenderci cura della natura dimenticando le persone, così come non possiamo difendere la conservazione distruggendo l’ambiente nel quale vivono.
Il Papa parla di una crisi etica e culturale che si manifesta nella ricerca del dominio, nel profitto immediato, nella perdita del senso del limite e nell’incapacità di riconoscere la dignità di ogni persona. Le ferite della guerra e quelle della terra hanno, dunque, una radice comune: un modo di abitare il mondo nel quale l’altro, persona o creato, rischia di diventare qualcosa da possedere, sfruttare, dominare e/o eliminare.
Ma come si ricostruisce il creato dopo la distruzione? Di fronte a conflitti così grandi, può nascere una domanda quasi inevitabile: che cosa possiamo fare noi? Le guerre, purtroppo, vengono decise ai tavoli della politica internazionale. La ricostruzione di un territorio richiede risorse enormi, competenze, istituzioni, tempo. La pace esige diplomazia, giustizia, disarmo, rispetto del diritto internazionale.
Non basta differenziare correttamente i rifiuti per fermare una guerra. La ricostruzione comincia con piccoli gesti che si trasformano in scelte condivise, educazione, responsabilità e cultura. Imparare a riconoscere che ci sono beni che appartengono alla vita di tutti. La ricostruzione è: coltivare un orto, piantare un albero, curare uno spazio verde, recuperare un terreno abbandonato, scegliere di riparare invece di buttare, riutilizzare invece di consumare, condividere invece di accumulare. Ricostruire e’ educare bambini e ragazzi a conoscere il valore della terra, dell’acqua, del cibo, degli animali, degli ecosistemi e dei popoli che lo abitano. Educare la società civile a comprendere che prendersi cura di qualcosa significa riconoscere che non tutto ci appartiene, sostenere chi, nei territori segnati dalla guerra o dalla povertà, lavora per ricostruire comunità, scuole, servizi, agricoltura e opportunità. E’, infine, scegliere di non abituarci alla guerra. L’indifferenza è una forma di desertificazione che svuota il cuore, impoverisce le relazioni e normalizza l’inaccettabile. Educare significa creare condizioni di libertà, responsabilità e futuro, oltre ad essere un’occasione preziosa per parlare di ecologia. La cura del creato non si impara soltanto attraverso regole di comportamento. Si impara formando uno “sguardo” capace di vedere una filiera produttiva dietro una bottiglia di plastica; ci sono acqua, terra, lavoro e persone dietro un alimento sprecato; dietro una foresta distrutta; ci sono comunità e specie viventi a rischio dietro un territorio devastato dalla guerra, ci sono generazioni che rischiano di non poterci più vivere e prosperare.
Educare significa allora sentire la responsabilità di ciò che riceviamo e consegniamo agli altri.
Ricostruire è già un gesto di pace. Forse è proprio qui che l’immagine di Isaia diventa concretamente attuale. Trasformare le spade in vomeri significa cambiare la destinazione delle nostre energie. Nel passaggio “dal deserto al giardino, dalla divisione alla comunione, dalla violenza alla pace”, Leone XIV ci invita a riconoscere che le risorse e le energie impiegate per la distruzione possono essere orientate verso la vita, la cura, il nutrimento. Un progetto tutt’altro che ingenuo, che richiede decisioni politiche e accordi internazionali, ma anche comunità capaci di rieducarsi, di scegliere e di tradurre la propria fede in gesti concreti di speranza. Un seme alla volta.
di Eleana Elefante,
Giornalista ed Operatrice legale e umanitaria, specializzata in Diritto dell’Immigrazione