Adolescenti e salute mentale: quando il disagio cresce in silenzio

In occasione della Giornata mondiale della salute mentale, che si celebra il 10 ottobre, sento il bisogno di condividere alcune riflessioni nate dalla mia esperienza professionale. Lavoro come psicoterapeuta in un piccolo studio della provincia di Belluno, dove incontro soprattutto adolescenti e giovani adulti.

Si parla spesso del disagio vissuto dalle nuove generazioni. Anche nella mia realtà, sempre più frequentemente, mi trovo a lavorare in un doppio percorso terapeutico insieme al medico psichiatra. Dalla preadolescenza in poi, infatti, la sofferenza psicologica può assumere forme che non è più possibile ignorare: va riconosciuta, ascoltata e affrontata.

La giovinezza viene spesso raccontata come l’età delle opportunità, della scoperta e della meraviglia. Eppure, avere la vita davanti non significa necessariamente sentirsi felici. Talvolta, anche quando dall’esterno tutto sembra perfetto, dentro può insinuarsi un senso di inquietudine difficile da spiegare. Se rimane inascoltato, quel malessere può crescere fino a trasformarsi in una vera e propria patologia.

Ansia e depressione sono tra le problematiche che incontro più spesso nel mio lavoro quotidiano. Il benessere mentale comprende la capacità di regolare le proprie emozioni e di costruire relazioni soddisfacenti (Van der Kolk, 2014). Sono proprio questi due pilastri, spesso, a diventare fragili e a compromettere il benessere dei nostri ragazzi.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ricorda che la salute mentale in età evolutiva non coincide soltanto con l’assenza di disturbi o disabilità. È anche uno stato di benessere che permette a bambini e adolescenti di esprimere le proprie potenzialità, affrontare le normali difficoltà della vita, apprendere e contribuire alla comunità. Parlare di salute mentale, allora, non significa concentrarsi soltanto sulla malattia: significa creare le condizioni perché ogni giovane possa sentirsi accolto, compreso e libero di chiedere aiuto.

Fortunatamente, molti dei ragazzi che varcano la soglia del mio studio arrivano motivati dal desiderio di stare meglio e di porre fine a un disagio che, nel tempo, si è insinuato dentro di loro. Riconoscono nello psicologo e nello psicoterapeuta una figura capace di aiutarli a riflettere sulle proprie fragilità, per crescere e sentirsi più forti nell’affrontare le difficoltà della vita.

Quando un ragazzo si siede sul mio divano, spesso mi domanda: «Sarai davvero la custode dei miei segreti? Perché io non mi fido degli adulti…». Gli spiego allora che cosa significa il segreto professionale e che quello spazio è prima di tutto suo. Poco alla volta, vedo la tensione sciogliersi: la schiena si appoggia, le mani smettono di tremare e le parole cominciano a riempire la stanza.

Quella stanza diventa così un luogo sicuro, nel quale si possono raccontare molte cose. È uno spazio in cui i ragazzi trovano ciò di cui hanno più bisogno: un ascolto autentico e, soprattutto, l’assenza di giudizio. Anche se non sempre questo è sufficiente, non tutte le terapie hanno successo.

Parlando con altri adulti, percepisco talvolta l’idea che gli adolescenti siano incapaci di pensare e riflettere: ragazzi viziati, poco inclini a tollerare le frustrazioni, facilmente manipolabili e dipendenti dai social. Ma essere adolescenti oggi non è affatto semplice.

Nei ragazzi avverto la fatica di dire al mondo ciò che pensano davvero. Temono di essere giudicati e, soprattutto, di non essere compresi dai loro coetanei. Faticano ad aprirsi tra loro e a riconoscere che quelle emozioni intense e confuse sono spesso condivise anche dall’amico che hanno accanto. Se fino a qualche decennio fa il gruppo dei pari rappresentava un sostegno fondamentale, oggi molti adolescenti si sentono soli con i propri pensieri, spaventati dalla possibilità di dare voce a ciò che provano.

Eppure, quando incontro questi ragazzi, scopro una profondità disarmante. Pensieri e riflessioni che non trovano spazio nelle relazioni continuano a girare nella mente e finiscono, talvolta, per emergere sotto forma di sintomi ansiosi o depressivi. Sintomi che spaventano e che, se non vengono accolti e compresi, possono diventare sempre più intensi.

Il bisogno di trovare sollievo a una sofferenza così intensa può tradursi, talvolta, in comportamenti autolesivi. Tagliarsi, graffiarsi, colpirsi, provocarsi abrasioni o bruciature sono gesti intenzionali attraverso i quali alcuni ragazzi cercano di attenuare, almeno per un momento, il dolore emotivo che sentono dentro. Questi comportamenti possono comparire già nella prima adolescenza e rappresentano un importante segnale di sofferenza, oltre che un fattore di rischio per il comportamento suicidario.

Se chiedessimo a un adolescente se abbia mai pensato di farsi volontariamente del male o al suicidio, alcune risposte potrebbero lasciarci attoniti. Il disagio in adolescenza è reale, ma ancora troppo spesso viene frainteso o minimizzato.

Anche in un piccolo studio di paese arrivano ragazzi profondamente provati, per i quali l’ansia e la depressione hanno assunto forme psicopatologiche complesse. In alcuni casi, il dolore e la sofferenza diventano così intensi da rendere necessario un ricovero.

Non rappresentano la maggioranza, ma ci sono. Sono giovani che spesso hanno attraversato esperienze traumatiche, dalle quali possono svilupparsi disturbi complessi e difficili da trattare. Riconoscere la loro sofferenza, senza giudicarla né ridimensionarla, è il primo passo per offrire un aiuto concreto.

Come adulti e professionisti della salute, credo sia importante fermarci a riflettere su ciò che possiamo fare per i nostri giovani. Penso spesso alle parole di Patrizia Adami Rook, fondatrice della Scuola di Psicoterapia Comparata di Firenze, dove mi sono specializzata: «Di relazioni ci si ammala, di relazioni si guarisce».

È una frase che continua a risuonare dentro di me, perché la relazione è uno degli strumenti più preziosi che abbiamo. Accogliere i ragazzi significa offrire loro uno spazio privo di giudizio, fatto di ascolto, confronto e riflessione. Significa anche riconoscere che un disturbo mentale non definisce la persona: racconta un momento di fragilità all’interno di quel percorso complesso che chiamiamo vita. E proprio nella relazione può iniziare il cammino verso la cura.

di Sara Roman Psicologa Psicoterapeuta