Il coraggio di contraddire la realtà

Qualche mese fa, in occasione della Pasqua, mi sono imbattuto in questa frase di J. Moltmann che si trovava scritta su un biglietto di auguri che mi è stato donato.

«Chi spera in Cristo non si adatta alla realtà così com’è, ma comincia a soffrirne e a contraddirla».

Perché queste righe non rimanessero per me soltanto uno slogan, ho sentito il bisogno di mettermi alla ricerca del contesto da cui erano state prese. Si tratta, infatti, soltanto di uno tra i tanti aspetti della riflessione del teologo tedesco sulla speranza come principio per una teologia incarnata nella vita delle persone[1].

Confesso che la dinamica sottesa al contraddire la realtà mi ha provocato non poco. Non è semplice vivere nel cambiamento d’epoca[2] che papa Francesco aveva così lucidamente e a più riprese evidenziato. Una tendenza che mi sembra abbastanza in voga ultimamente è quella di rispondere alla crisi di un mondo (sociale, ecclesiale, politico, culturale, economico, …) con la moltiplicazione di analisi che confermano l’esistenza stessa della situazione di crisi. Per la piccola dose di esperienza di chi scrive, i numerosi lavori analitici sono profondamente utili ma evidentemente non risolutivi. In altri termini, mi sembra che stiamo gradualmente acquisendo le chiavi di lettura per tentare una lettura sanamente critica di questo tempo e questo mondo ma ci manca di compiere il passo dell’agire con un obiettivo. Ciò che nei primi anni del ‘900 si andava delineando nella teologia pastorale come il metodo vedere-giudicare-agire[3] (ampiamente approfondito e affinato negli anni successivi) ci aiuta a cogliere il passo dell’azione come decisivo per questo nostro presente, anche ecclesiale.

Nella complessità di questo tempo, che, credo tutti avvertiamo (e io con voi), mi sembra interessante l’azione pratica che Moltmann suggeriva poco più di vent’anni dopo la fine del secondo conflitto mondiale. Contraddire la realtà di oggi, dove le certezze precostituite sembrano poche e fragili, mi sembra un passo carico di promessa perché non ci lascia incollati ad un’analisi laconica del presente ma ci s-muove ad una costruzione comune di ciò che sarà. Paolo VI, negli anni ’70, parlava della trasformazione delle realtà umane come uno dei compiti della Chiesa[4]. Non mi sembra insensato connettere questo desiderio di papa Montini con il passo possibile del cominciare a contraddire ciò che, come comunità umana, non è più possibile tacere e di cui la terza guerra mondiale a pezzi[5] è solo una delle punte dell’iceberg.

Non mi sembra che oggi manchino voci profetiche di sana e costruttiva contraddizione della realtà. Forse serve solo il coraggio di ascoltarle e prenderle sul serio. Moltmann, che tra drammi, divisioni e un futuro difficile da scorgere ha vissuto la sua giovinezza, offre un’opportunità stimolante per sperare davvero.

don Leonardo Addis, Diocesi di Verona

[1] Jürgen Moltmann, Teologia della speranza (1970). La prima edizione, in lingua tedesca, è del 1964.
[2] Uno tra gli interventi più specifici su questo tema è il discorso che il papa tenne in occasione degli auguri di Natale con la curia romana il 21 dicembre 2019.
[3] Una panoramica interessante e puntuale su questo metodo la si può ritrovare in https://www.settimananews.it/pastorale/vedere-giudicare-agire/.
[4] Cf. Paolo VI, Discorso ai delegati dell’ Azione Cattolica Italiana, 22 settembre 1973 [https://www.vatican.va/content/paul-vi/it/speeches/1973/september/documents/hf_p-vi_spe_19730922_delegati-aci.html].
[5] La frase è stata usata da papa Francesco per la prima volta nel 2014 in occasione della sua visita al sacrario militare di Redipuglia e successivamente ribadita più volte specialmente nei discorsi al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede e durante il suo discoraso al Consiglio di Sicurezza nel 2023.